La sfilata Autunno/Inverno 2020-21 di Christian Dior
La sfilata Autunno/Inverno 2020-21 di Christian Dior
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La sfilata Autunno/Inverno 2020-21 di Christian Dior
La sfilata Autunno/Inverno 2020-21 di Christian Dior
La sfilata Autunno/Inverno 2020-21 di Christian Dior
La sfilata Autunno/Inverno 2020-21 di Christian Dior
La sfilata Autunno/Inverno 2020-21 di Christian Dior
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La sfilata Autunno/Inverno 2020-21 di Christian Dior
La sfilata Autunno/Inverno 2020-21 di Christian Dior
La sfilata Autunno/Inverno 2020-21 di Christian Dior

Cosa definisce davvero una donna, se non la libertà stessa di scegliere chi essere attraverso le infinite possibilità che le si presentano di fronte? Una libertà che, in parte, è stata conquistata solo qualche decennio fa, e che ancora oggi si lotta per possedere nella sua totalità, dal rifiuto di etichette e regole imposte socialmente, alla presa di coscienza delle responsabilità scaricate sulle spalle di ogni donna, ma mai riconosciute come tali.

Una serie di consapevolezze raccontate – e probabilmente, metabolizzate – da Maria Grazia Chiuri sulla passerella della sfilata Autunno/Inverno 2020-21 di Dior, simboleggiate audacemente da due periodi: uno storico, quello degli anni ’70, denso di risveglio e infuocato dalle battaglie femministe, e uno di vita, quello dell’adolescenza vissuta dalla stessa designer, rimembrata attraverso vecchie foto e vissuta come punto zero delle proprie scelte esistenziali. Un diario visivo che ha preso forma, luce e colore dalle creazioni della nuova collezione al suo eloquente set: eccola raccontata in 5 punti.

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Dior, la sfilata Autunno/Inverno 2020-21

1. La scatola dei ricordi
Maria Grazia Chiuri ha definito la sfilata Autunno/Inverno 2020-21 un «diario visivo» autobiografico. Il cui sviluppo, attraverso ogni capo e accessorio della collezione, è stato ispirato da una scatola di fotografie della sua adolescenza contenente degli scatti di se stessa e di sua madre. Imbattendosi in questi ricordi, la designer si è catapultata non solo negli anni ’70, ma anche nel periodo della vita che più rappresenta il laboratorio colmo di possibilità per una giovane donna e per ciò che il futuro potrebbe riservarle. Un atlante di emozioni le cui coordinate sono tutte da stabilire, anche attraverso lo strumento moda.

2. Una celebrazione degli anni ’70 e delle sue icone
Le suggestioni della collezione firmata dalla Chiuri passano poi dalle immagini familiari alle foto di attrici che sono state fonte d’ispirazione per le clienti dell’atelier di moda di sua madre. Nonché per lo stesso direttore creativo, che ha usato la moda come modo per affermarsi, ribellarsi, e comunicare agli altri come voleva essere percepita. Seguita poi da scatti iconici come i ritratti di Carla Accardi, Mila Schön immortalata da Ugo Mulas e, ovviamente, le foto della splendida Bianca Jagger, trend setter ante litteram che ha fatto del tailleur pantalone, delle tute e dei dettagli stravaganti come le frange, la sua cifra stilistica: tutti elementi rivisitati sul catwalk di quest’ultima collezione, in maglia elasticizzata.

3. L’evoluzione della moda femminista
Il lavoro del couturier Marc Bohan, che durante gli anni ’70 si trovava alle redini di Dior, è un altro punto fondamentale nello sviluppo della collezione: fu lo stilista infatti a comprendere l’importanza di offrire alle donne la possibilità di cambiare il proprio stile attraverso più silhouette stagionali. Approccio che Maria Grazia Chiuri ha voluto riprendere, infondendo un tocco sportivo ai capi in passerella, assieme all’elemento ricorrente del colletto con cravatta: una dichiarazione, seppur essenziale, di audacia. Una sciarpa a pois trovata negli archivi di Dior inoltre, funge da punto di partenza per una serie di abiti di varie lunghezze, che esplorano le infinite possibilità di stampe e movimento dei tessuti.

4. Un set di slogan segnaletici
La scenografia della mostra è stata progettata in collaborazione con il collettivo Claire Fontaine, che ha esposto alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma. Il museo ospita anche l’archivio di Carla Lonzi, carismatica attivista femminista e critica d’arte la cui prossima mostra, intitolata Io Dico Io – I Say I – citata anche in alcune magliette della collezione – è supportata dalla stessa maison Dior. Le modelle hanno camminato su una passerella tappezzata di pagine del quotidiano Le Monde, un dettaglio ispirato al ritratto di Henri Matisse del 1949 scattato dal fotografo Robert Capa, che ritraeva l’artista nel suo studio con il pavimento ricoperto di giornali: un simbolo di come il rumore del mondo esterno influenza il mondo dell’arte. Le parole «Io Dico Io» invece, apparse proprio all’ingresso dello show, rappresentano l’auto-affermazione della soggettività femminile, ripresa poi tra ironia e provocazione con altre scritte al neon come «Se le donne scioperassero il mondo si fermerebbe» o ancora «Il patriarcato uccide l’amore».

5. La cura dei Jardins des Tuileries
Le sfilate di Dior si svolgono da anni nella splendida cornice dei Jardins des Tuileries, dove per la sfilata della collezione Autunno/Inverno 2020-21 è stata costruita un’ampia struttura temporanea sopra la fontana ottagonale vicino all’ingresso di Place de la Concorde. Un luogo simbolico di Parigi che la maison ha deciso di sostenere, assieme al Musée du Louvre, per ripristinarne la bellezza: con il fashion show di ieri infatti, è stata inaugurata una partnership di cinque anni, grazie alla quale verranno finanziati diversi progetti, a partire dalla riapertura dell’area boschiva a nord-est del giardino, che ospita 116 alberi di quattro differenti specie.

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