#iosonoMilano, ma anche Wuhan, Parigi, Piacenza, Roma, Madrid, Teheran, Treviso, il mondo intero. Quello di questo numero di Vanity Fair è un appello corale all’unità, alla razionalità e al senso del dovere per affrontare la sfida globale a questo a virus.

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 11 di «Vanity Fair», in edicola fino al 24 marzo.

Telefoni che squillano. Bisogna chiamare tutti. Uno per uno. I manager, gli aiuto stilisti, i responsabili di settore, gli agenti e i direttori di boutique. Poi anche quelli che non hanno preso l’aereo e non sono venuti a Milano, causa virus, per fare i consueti ordini di campionario dopo la recente sfilata durante la settimana della moda milanese. «Da questa mattina siamo incollati allo smartphone», raccontano Domenico Dolce e Stefano Gabbana, «dobbiamo riorganizzare l’azienda in tutti i settori».

Quali strategie state mettendo in atto per contrastare gli effetti di questa crisi?
«È un momento difficile ma siamo due inguaribili ottimisti. E un’altra volta ancora, come già ci è successo in passato, affronteremo una crisi cercando di vedere il bicchiere mezzo pieno. E non lo scambi per un luogo comune o per leggerezza. Le faccio un esempio: dopo il nostro recente show, che abbiamo comunque deciso di mettere in scena, molti dei nostri compratori non sono venuti a Milano per i consueti ordini delle collezioni di accessori e abbigliamento che abbiamo presentato. Il risultato? Ci siamo inventati dei video di presentazione, una sorta di forma animata di vendita e abbiamo abituato tutti a interagire in video-conferenza. L’operazione ha funzionato così bene da farci capire che in futuro, probabilmente, certi viaggi possono essere evitati e certi mercati irraggiungibili possono essere conquistati con questa modalità mai provata. Tutto questo può portare un risparmio di risorse e, perché no, avere anche un minore impatto ambientale».

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Tanto ottimismo, però la situazione resta grave…
«Ma certo che resta grave. Ovviamente e purtroppo. Però forse questa emergenza ci aiuterà a riflettere. Sulla velocità, sulla frenesia, sui ritmi che oggi diamo per scontati. Però una cosa va detta: sono 36 anni che facciamo questo mestiere. E da 36 anni la moda ci insegna a cambiare costantemente, a reagire, a trasformare una crisi magari non proprio in un’opportunità ma comunque in un’apertura verso un panorama che non avevi considerato. Soprattutto, momenti come questo ti costringono a essere ancora più creativo. Sa che cosa succede nella storia del costume quando arrivano periodi bui? La moda sforna colori, paillettes e stampe fiorate».

«Gli italiani, non solo i milanesi, sono un popolo da sempre in grado di uscire dalle difficoltà con il potere dell’ingegno e della creatività»

Domenico Dolce e Stefano Gabbana

Un modo molto ottimista di affrontare momenti difficili. Vivere e lavorare a Milano vi ha insegnato questo atteggiamento?
«Sicuramente sì. Ma non è solo Milano, è l’Italia a essere un Paese grandioso. Spesso ce ne dimentichiamo, spesso siamo limitati da una burocrazia difficile. Però gli italiani, non solo i milanesi, sono un popolo da sempre in grado di uscire dalle difficoltà con il potere dell’ingegno e della creatività. Le parlo, per esempio, dei mestieri legati al nostro lavoro: gli artigiani della moda, dai ciabattini ai cartamodellisti, dai ricamatori ai sarti, tutti sono abituati a lavorare con i limiti, le difficoltà, gli impedimenti dei corpi e dei mezzi. Eppure il nostro artigianato d’eccellenza è unico al mondo, tutti ce lo invidiano proprio perché è figlio di un ingegno unico, uno spirito che è capace di uscire da ogni difficoltà. Crediamo fermamente in questo valore italiano».

C’è un milanese che vi piace ricordare, una figura che vi ha formato più di altre?
«Ce ne sono tanti. Forse uno dei più emblematici è Elio Fiorucci. Un’icona, un genio che abbiamo avuto la fortuna di conoscere e di frequentare. È stato come il Marco Polo dei nostri giorni, ha aperto orizzonti, inaugurato nuove strade e nuovi modi di vedere il mestiere e la creatività. Era figlio di Milano perché questa città, alla fine, forse è l’unica vera metropoli italiana. Le metropoli sono luoghi vasti e veloci che ti costringono a cambiare. In un certo senso, siamo doppiamente fortunati perché fare il nostro mestiere e vivere in una metropoli ti costringono sempre e comunque a cambiare, anche se non ci sono crisi o difficoltà davanti a te. È come avere davanti un imperativo categorico, qualcosa da cui non puoi scappare».

Che cosa farete di preciso nei prossimi mesi?
«Pensiamo che inevitabilmente ci saranno contrazioni nell’economia e negli investimenti. Per questo, forse, sarà necessario rimboccarsi le maniche nei prossimi mesi. Ma non ci spaventiamo: come diciamo noi, ogni volta che ci mettiamo le mani nei capelli, poi le usiamo per rimboccarci le maniche. Siamo comunque convinti di una cosa: Milano, la Lombardia e l’Italia intera sono stati tra i primi a dover affrontare l’emergenza virus e quindi saranno tra i primi a uscirne. Abbiamo uno dei sistemi sanitari migliori del mondo, quindi siamo avvantaggiati rispetto a chi non può contare sul nostro servizio pubblico. Per il resto, passata questa burrasca, torneremo a investire ancora più di prima. Perché il mondo ripartirà. Ora servono razionalità e senso civico».

Foto Domen / Van De Velde.

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