Gismondi 1754: disegnatori di emozioni
Gismondi 1754: disegnatori di emozioni
Gismondi 1754: disegnatori di emozioni
Gismondi 1754: disegnatori di emozioni
Gismondi 1754: disegnatori di emozioni

Questo articolo è pubblicato sul numero 30-31 di Vanity Fair in edicola fino al 3 agosto 2021
«Prima del business i Gismondi hanno sempre avuto un altro obiettivo: la famiglia. E il desiderio di trasmettere ai figli e ai nipoti la passione per il proprio lavoro».

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Comincia così la nostra chiacchierata con Massimo Gismondi, dimostrazione vivente del fatto che sono i valori a fare un marchio di successo. Quarantanove anni, genovese, rappresenta la settima generazione di una dinastia che si dedica al bello e ai gioielli dal 1754, anno di nascita del capostipite, Giovan Battista, che in poco tempo con il suo atelier diviene fornitore della famiglia Doria e di papa Pio VI. «Ho avuto la fortuna di avere due genitori che mi hanno sempre fatto respirare l’aria della nostra azienda, portandomi in negozio o in viaggio con loro, ma senza forzare mai le mie decisioni. La scelta è stata mia. Con gli anni mi sono reso conto di quanta responsabilità avessi, ma anche della straordinaria fortuna che mi era capitata: davvero poche realtà, anche in un Paese di grande tradizione come il nostro, possono vantare una storia pluricentenaria. Lì è scattata la volontà di metterci qualcosa di mio, di dare il mio apporto».

E così è stato. Dopo l’ingresso ufficiale nel 1995, nel 2011 Massimo «spicca il volo» aprendo una boutique a Portofino, seguita poi da quelle di Sankt Moritz, Milano e in altre location strategiche in giro per il mondo. Fino alla consacrazione internazionale nel 2019, quando una sua collana vince il primo premio nella categoria People’s Choice dei Couture Design Awards, la prestigiosa fiera della gioielleria di Las Vegas. «Dietro a questo traguardo c’è come sempre la famiglia», continua Gismondi, che con questo termine include anche le persone che lavorano per lui: «Quando scelgo un nuovo collaboratore voglio essere sicuro che sia allineato ai miei valori. Ciò conta molto di più delle competenze, che si acquisiscono nel tempo e sul campo».

A proposito del capitale umano e in questo caso dei maestri orafi, «il banchetto è ancora la migliore delle scuole» per una griffe che crede nella forza, tutta italiana, di tramandare le tecniche da una generazione all’altra. «Ai laboratori che producono i gioielli per noi ho chiesto di tornare indietro di cinquant’anni, di chiamare i nonni e gli zii per farsi spiegare come si facevano le cose allora. Le nuove tecnologie ovviamente sono imprescindibili, ma vanno considerate come un supporto al lavoro manuale e artigiano. Solo così si ottengono quella leggerezza e qualità che distinguono i nostri gioielli».

Gioielli che raccontano sempre dei frammenti di vita vissuta. L’esempio più emblematico in tal senso è forse la collana Insieme, una delle prime create da Massimo e che simboleggia la sua unione con la moglie Stefania: «Una relazione funziona quando ci sono alchimia e condivisione, come in un gioco di diamanti e smeraldi che si contaminano tra loro. Molti disegnano gioielli, noi disegniamo emozioni».

 

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