All’indomani dell’ultima decisone del Governo italiano di chiudere tutte le attività produttive non essenziali per dare un’ulteriore spinta alle misure di contenimento necessarie per sconfiggere l’emergenza Coronavirus, è chiaro che il sistema moda (italiano, ma non solo) uscirà da questa situazione cambiato nel profondo.

Ed è altrettanto chiaro che solo con un dialogo costruttivo e decisioni coraggiose potrà rialzarsi, magari migliore di prima.

Galleria Vittorio Emanuele, a Milano

Il coraggio di fermarsi

Francesco Tombolini, Presidente di Camera Buyer Italia, è il primo a lanciare la provocazione, in un’intervista al Corriere della Sera. «Se per una stagione si ferma il campionato italiano di calcio e l’NBA ha appena proposto la chiusura dei campi di allenamento alle 30 squadre, perché la moda non accetta per il suo bene di saltare una stagione?».

In arrivo un documento condiviso dai grandi della moda italiana, che inoltrerebbe proprio la proposta di un fermo comune nella produzione delle collezioni primavera estate 2021, per dare modo alle aziende di riprendersi da un sicuro calo in picchiata delle vendite dovuto all’isolamento forzato. La crisi del retail, infatti, è dietro l’angolo: le rimanenze in negozio delle collezioni primavera estate 2020, che al momento non possono essere acquistate nei negozi fisici – potrebbero arrivare a raggiungere una percentuale pari al 55%. E la vendita online – complici la poca abitudine e le difficoltà dei corrieri – non basterà.

Ma come fermarsi?

Le ipotesi avanzate sono diverse, ma quella più originale è quella di riproporre la primavera estate 2020 come la primavera estate 2021: in fondo si tratta di collezioni già ideate e prodotte, oltre che acquistate e distribuite. E vista la nota difficoltà mondiale nello smaltimento del tessile, suona anche come la più sostenibile.

Esprime i suoi dubbi (sempre al Corriere) Tomaso Trussardi, «in passato abbiamo ricamato dei vecchi jeans e li abbiamo riproposti, ovviamente dichiarandolo», spiega «ma il magazzino è cassa, appena possibile deve essere smaltito: insieme al ricondizionamento di una parte della merce ora nei negozi, si possono posticipare i saldi di due mesi e immaginare uno sconto minore durante il Black Friday per recuperare un po’ di incasso».

Trarre il meglio

Secondo Tombolini, proprio la primavera estate 2020 «deve diventare la stagione numero uno di un nuovo calendario gregoriano della moda, generando quello spazio di almeno 5 mesi per alleggerire il sistema». Perché l’emergenza arriva in un momento storico in cui la moda non potrebbe essere più satura, con un numero infinito (e crescente) di collezioni, capsule collection e drop lanciate dai grandi marchi nel tentativo di accontentare ogni richiesta possibile del mercato, e i piccoli brand che soffocano tra richieste pressanti e sistemi di produzione arretrati nella burocrazia.

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E, forse, il virus sarà in grado di rallentare questo gioco pericoloso. Lo pensa Li Edelkoort, esperta nelle previsioni di tendenza intervistata da Business of Fashion, «Il virus rallenterà tutto. Assisteremo a una battuta d’arresto nella produzione di beni di consumo. È terribile e meraviglioso perché dobbiamo smettere di produrre a questo ritmo frenetico. È quasi come se il virus fosse una grazia straordinaria per il pianeta. Potrebbe essere il motivo per cui sopravviviamo come specie».

Stop anche alle sfilate?

Il primo a decidere di sfilare a porte chiuse è stato Giorgio Armani, nei primi giorni di allarme in Lombardia che corrispondevano a quelli della Milano Fashion Week. Poi, una a una, sono state cancellate tutte le sfilate Cruise che si tengono generalmente tra aprile e maggio in giro per il mondo, oltre che il Met Gala e i CFDA Awards, gli appuntamenti principali del sistema moda americani. A un mese esatto dalla sfilata di Armani, il dibattito sulla necessità degli show – specialmente quelli che rendono necessario lo spostamento di centinaia di addetti ai lavori per un solo evento – non è mai stato così acceso

E se è improbabile che il sistema delle sfilate muoia da un giorno all’altro – nemmeno con una crisi così devastante come quella che il sistema del lusso sta affrontando in questo momento – non c’è dubbio che un ripensamento in termini sostenibili della struttura delle sfilate sia necessario. E quella rivoluzione green intrapresa dalla Copenhaghen Fashion Week, così come l’iniziativa della Maison Dior che si è impegnata a ripiantare gli alberi utilizzati per la scenografia di uno show, debbano essere presi d’esempio.

L’alternativa nello streaming

Non ci hanno pensato un attimo in Asia, dove la percezione (e l’utilizzo) del web è diversa e più fluida rispetto all’occidente. Cancellate le fashion week fisiche in Giappone e Cina, le organizzazioni delle stesse hanno reso disponibili in streaming le sfilate: quelle giapponesi sono visibili sul sito della Tokyo Fashion Week, mentre la Shanghai Fashion Week in streaming andrà in onda dal 24 al 30 marzo su Alibaba.

È contrario Carlo Capasa, il Presidente della Camera Moda Italiana, che in un’intervista a iO Donna ha ricordato che le sfilate rappresentano una forte componente dell’economia di una città, così come gli eventi sportivi. «E lo streaming – che pur funziona in tanti casi, come quello del progetto “China we are with you” che ha raggiunto più di 25 milioni di utenti – non può sostituire del tutto il momento della sfilata. Credo quindi che le sfilate e le fashion week avranno ancora lunga vita», spiega Capasa.

L’articolo La moda dopo il Coronavirus sembra essere il primo su iO Donna.

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