#iosonoMilano, ma anche Wuhan, Parigi, Piacenza, Roma, Madrid, Teheran, Treviso, il mondo intero. Quello di questo numero di Vanity Fair è un appello corale all’unità, alla razionalità e al senso del dovere per affrontare la sfida globale a questo a virus.

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Questo articolo è stato pubblicato sul numero 11 di «Vanity Fair», in edicola fino al 24 marzo.

È più di un secolo che Prada segna la vita dei milanesi. L’azienda fondata da Mario Prada nel 1913, negli anni è diventata il marchio di moda che più incarna l’etica e l’estetica, la bellezza e soprattutto il brutalismo che caratterizzano Milano. Ma non parlate di appartenenza o celebrazione. Né tantomeno di centenari o anniversari. Perché Miuccia Prada, terza generazione di una famiglia di imprenditori diventata una delle italiane più influenti del mondo, è allergica a tutto questo.

«La prego, non scivoliamo nella banalità in questo momento. Perché altrimenti ci annoiamo io, lei e tutti gli altri».

Niente retorica, promesso. Arriviamo al punto: come reagire all’emergenza virus che ha messo in ginocchio Milano?
«Guardi, innanzitutto senza facili slogan. Io preferisco razionalità e serietà. Milano è una città operosa e positiva. Anche negli anni di piombo, ricordo il mio impegno politico, la vita di sempre, il lavoro che procedevano nonostante tutto. Certo, c’erano momenti in cui non potevi circolare perché le manifestazioni erano forti e magari violente. Ma era un momento così, lo accettavi e non ti fermavi a fare troppe domande. Del resto, nella mente, avevo i racconti dei miei genitori, scampati alla guerra e ai bombardamenti. E allora tutto acquisiva una prospettiva, non certo un senso, però un principio di realtà. Perché il mondo è pieno di crisi e di catastrofi anche peggiori di questo virus».

«Anche negli anni di piombo, ricordo il mio impegno politico, la vita di sempre, il lavoro che procedevano nonostante tutto»

Miuccia Prada

Che cosa ha imparato dall’atteggiamento dei suoi genitori?
«Mia madre e mio padre non erano ancora sposati durante la guerra. Durante i bombardamenti, mia madre e mio nonno si rifugiarono fuori Milano, vicino a Como. Tutti i giorni percorrevano a piedi molti chilometri per fare la spesa, per cercare provviste. I loro racconti sono storie di sopravvivenza e di solidarietà. E di generosità. Trasmettono discrezione e disciplina. Di fronte all’emergenza virus, queste storie ti impongono un senso di misura. Forse è un caso, però oggi si producono molti film di guerra. Mi ha appassionato, per esempio, 1917. È come se ultimamente cercassimo di prepararci al peggio. Non lo so, però di una cosa sono sicura: siamo dei privilegiati e non dobbiamo dimenticarlo. Milano è un’eccellenza nella medicina e nella sanità. E il servizio italiano di assistenza ospedaliera è uno dei migliori al mondo. Mi preoccupo, semmai, di chi non ha tutto questo».

Quanto l’ha condizionata questa città, quanto è stata importante per lei?
«Io non sono così sicura di essere stata condizionata da Milano. Amo questa città e non ho mai voluto abitare altrove. Però la mia formazione è cinematografica, intellettuale, teoretica. Sa, forse, cosa mi piace davvero di questo luogo? La serietà. Mi viene in mente, per esempio, una grande amica scomparsa, Manuela Pavesi. Quanto mi manca Manuela: era così competente, così preparata, sapeva tutto di moda. Ecco, quella spinta all’eccellenza, allo studio, forse è un po’ milanese».

Milano però non è una capitale e il suo essere ai margini le impone di essere curiosa, aperta e mai vittima di un senso di superiorità. In questo le
somiglia?
«Devo dire di sì. Ecco, questa è una cosa che ci accomuna molto».

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A Milano poi lei ha scelto di aprire una Fondazione per l’arte contemporanea, luogo già diventato parte integrante del panorama urbano…
«Pensi che io volevo aprire la Fondazione in Cina o in America. Poi ho parlato col Bertelli (suo marito Patrizio, ndr), e lui mi ha detto: “Guarda, se vogliamo fare questa cosa dobbiamo farla a Milano” e io ho pensato che fosse un’ottima idea. Ancora oggi, quando entro in quel luogo mi sembra un posto libero e sicuro, come un paesino tranquillo da cui non vuoi più uscire. C’era un albero di fico, mentre lo stavano sistemando, che andava tolto. Io non l’ho fatto buttare ma curare e poi ripiantare. Quel fico è un esempio di continuazione tra ieri e oggi, tra Milano e la Fondazione. Comunque poi in Cina siamo arrivati con la nostra Prada Rong Zhai».

Prima che arrivasse il virus a Milano, lei ha deciso un passo importante, un bel colpo di teatro: nominare un condirettore creativo, Raf Simons. Forse un erede. Fatto rarissimo se non impossibile tra gli stilisti…
«Ma guardi, in realtà questa è un’idea che avevo in testa da tempo. Tante volte ci siamo detti pensa che bello sarebbe lavorare insieme! Poi però le collaborazioni, anche se non ne abbiamo fatte tante, non mi convincevano molto. Ma il fatto di impegnarmi seriamente in un rapporto con lui mi è sembrata da subito una sfida molto interessante».

C’è in atto un altro grande passaggio nella sua azienda, l’ingresso di suo figlio Lorenzo.
«È impegnato con noi da poco tempo. Ne sono felice e orgogliosa. Ma sa qual è la verità? Io credo molto nella preparazione del cambiamento. Preparare il futuro è la cosa che mi emoziona di più, l’unica che per me conta davvero. Devo ricredermi rispetto a quello che le ho detto all’inizio di questa intervista. Perché probabilmente Milano mi ha insegnato questa serietà, forse quest’etica. Il senso di responsabilità per il cambiamento, l’imperativo categorico nel preparare un terreno fertile per il futuro non sono solo una mia passione. Sono una delle anime più profonde di questa città».

Foto Brigitte Lacombe.

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