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La moda sostenibile irrompe ad Ascot. C’è fermento in Gran Bretagna per il ritorno del pubblico all’evento ippico che si tiene alle porte di Londra da più di trecento anni, in programma nel 2021 da martedì 15 a sabato 19 giugno. Se oltremanica è un appuntamento imperdibile per gli amanti dell’equitazione, per molti Royal Ascot è anche una passerella forse più importante delle sfilate della fashion week. E non solo per i reali. Come da dieci anni a questa parte, l’organizzazione ha diffuso una pubblicazione – in collaborazione con Longines – con le regole di stile da seguire per partecipare alle mondanissime giornate di gare di cavalli.
«Sinonimo di stile individuale e scena delle tendenze sartoriali, la Royal Ascot Style Guide quest’anno celebra anche la sostenibilità e l’arte dello shopping consapevole» si legge nell’opuscoletto «vogliamo dimostrare a tutto il mondo che ad Ascot essere vestiti bene non significa necessariamente comprare qualcosa nuovo di zecca».

«Le persone non escono da oltre un anno, quindi vogliamo che per loro Royal Ascot rappresenti una sorta di debutto in società» ha commentato Felicity Barnard, direttrice commerciale dell’ippodromo «è sempre interessante per noi guardare a ciò che è rilevante in un contesto di moda globale e integrarlo in quello che stiamo facendo. Pertanto quest’anno ci concentreremo nell’incoraggiare la gente indossare qualcosa di già usato prima, non importa se si tratta di un capo acquistato in qualche charity shop oppure se è già nell’armadio».

A dirigere l’operazione è stata chiamata Bay Garnett, la stylist nota con l’appellativo di Queen of Thrift, la regina della parsimonia. Nell’ottica di suggerire comportamenti rispettosi per il pianeta sia ai brand che ai clienti, la guida segnala una serie di negozi vintage ai quali dare un’occhiata per scovare veri e propri tesori griffati così come consiglia alcuni siti di noleggio abiti oltre a menzionare i brand che hanno già fatto della sostenibilità un marchio di fabbrica. La guida cita nomi che utilizzano fibre naturali e bio oppure nuovi materiali meno dannosi per l’ambiente. Tra questi, LKBennett, Galvan, Monsoon, Hobbs, Hugo Boss, Essen e Hasanova del marketplace etico Wolf & Badger.

C’è da dire che però la rivoluzione auspicata sul prato erboso fa venire qualche brivido alle case di moda e alle sartorie inglesi: chi confeziona abiti da cerimonia riporrebbe in Ascot la speranza di vedere uno spiraglio di luce dopo lunghi mesi in cui la concorrenza con i brand di pigiami e tute è stata spietata. I numeri del resto parlano chiaro: un’indagine del 2014 ha rivelato che l’evento ippico ogni anno frutta alla moda britannica un giro d’affari di circa 33 milioni di sterline. In un contesto radicalmente cambiato, va da sé che un po’ d’ossigeno e di glamour farebbe bene all’industria che, stando alle stime di della società Oxford Economics, potrebbe vedere evaporare 240mila posti di lavoro con un calo di contributo al PIL del settore di 10 miliardi di sterline.

Lisa Redman è una designer interpellata dal Telegraph sull’argomento. In vista degli appuntamenti cavallereschi di giugno, il suo atelier è di solito affollatissimo di signore che vogliono abiti su misura da indossare nei cinque giorni di Ascot. «Se non sosteniamo il design e l’artigianato britannico si rischia l’estinzione di queste incredibili competenze di cui abbiamo ancora bisogno» fa presente «ho già visto aziende con cui ho lavorato per anni tentare di rimanere a galla ed è triste perché posseggono archivi di tessuti pazzeschi, impossibili da trovare altrove. Senza trascurare il fatto che queste fabbriche danno lavoro a un sacco di gente nelle città in cui hanno sede». La stilista che ai tempi d’oro un capo sartoriale lo faceva pagare tra le 3mila e le 5mila sterline, ha il polso della situazione conoscendo le storie di chi la rifornisce dei materiali di ottima qualità che usa per i suoi modelli. «C’è una linea sottile tra il supportare il vintage e il second-hand e comprare cose nuove» specifica «dobbiamo anche essere sicuri però che queste attività così importanti non cadano nel dimenticatoio».

La questione si inserisce in un dibattito molto sentito in Gran Bretagna. Tra le settimane della moda, quella di Londra, è una di quelle più impegnate sul fronte della sostenibilità e, per quanto riguarda, i membri della Royal Family da questo punto di vista sono ottimi influencer. Se Kate non fa altro che ritirare fuori dall’armadio i suoi abiti già indossati, Carlo oltre che andare in giro tutto rattoppato sta significativamente spingendo sul recupero dell’artigianato tradizionale. Dopo il successo della sua The Prince’s Foundation a Dumfries House, il progetto di formazione tessile insieme a quello del recupero dei mestieri tradizionali nel giro di breve approderà anche nella tenuta di Highgrove, a poche centinaia di metri dalla residenza dell’erede al trono.

«Il Royal Ascot è uno degli eventi più affascinanti e tradizionali della vita sportiva britannica: avere l’opportunità di portare il second-hand in questo contesto è stato molto emozionante. Ho colto al volo l’occasione» dice con entusiasmo la «parsimoniosa» Bay Garnett «questo è esattamente quel tipo di evento ha il potere di cambiare la percezione attorno ai vestiti già usati. Spero che la guida di quest’anno possa dimostrare che non solo questa è una scelta migliore per l’ambiente ma è anche un modo di vestirsi divertente, unico e alla moda».
Le nuove direttive faranno di sicuro storcere qualche aristocratico naso oltre a impensierire le case di moda più conservatrici che magari coglieranno l’occasione di adeguarsi al nuovo vento che tira su Londra e dintorni.  Di sicuro però «ai piani alti» saranno sicuramente apprezzate: non vediamo l’ora quindi di passare ai raggi X gli outfit della Royal Family al Royal Ascot che verrà.

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